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Una rivoluzione copernicana nell’agenda internazionale

Macri e Cartés al vertice del Mercosur, dicembre 2015, Licenza CC

(*) Secondo Aristotele la vittoria più grande è la conquista di sé stessi. Il dominio di sé è uno degli ostacoli individuali più importanti da affrontare.

Dodici anni di ostracismo mondiale hanno congelato le relazioni dell’Argentina dal concerto delle nazioni, svelando l’assenza di dominio di sé nella stesura di un’agenda globale e confinando le relazioni internazionali ad un mero piano di politica domestica.

Oggi assistiamo ad un cambio olistico. Dall’inizio del 2016 il Presidente Mauricio Macri si è riunito, al Foro Economico di Davos (Svizzera), con il Primo Ministro inglese, David Cameron. Il 16 di questo mese ha ricevuto il premier italiano, Matteo Renzi, mentre il 25 febbraio incontrerà il Presidente francese, Francoise Hollande.

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Ruggine americana e modello sociale europeo

In questi anni i mezzi di informazione ci hanno dato l’idea che mentre gli Stati Uniti, dove è nata la crisi, ripartivano l’Europa rimaneva nel pantano. La stampa anglofona definisce l’Unione Europea come un sistema non riformabile e considera il nostro welfare insostenibile. Si pensi a Wolfgang Münchau ( 1 ), che afferma tutti i giorni che l’euro imploderà domani, sostiene che il sistema pensionistico tedesco collasserà e considera la Francia una Germania dell’Est dei nostri giorni, salvo poi dover ammettere che probabilmente Parigi ha beneficiato dell’euro almeno quanto Berlino. Federico Rampini ( Tommy Hilfiger Mens Elix Slide Sandal Grey
) che da molti anni vive dall’altra parte dell’Oceano afferma che per gli americani l’Europa è una grande repubblica di Weimar, incapace di guarire dai suoi mali. Eppure non sono così sicuro che da un latro vi sia l’America che corre e dall’altro l’Europa che sprofonda.

La cultura ha acquisito un ruolo determinante nel passaggio alla digitalizzazione, sostiene convinto Giuseppe Falco, amministratore delegato The Boston Consulting Group dal gennaio 2014 per Italia, Grecia e Turchia. Si assiste a un passaggio da strutture centrate sulla gerarchia, costruita e stratificata attorno a concetti di potere, esperienza e competenza pluriennale, a strutture fondate sull’informazione e la relativa capacità di gestirla fino a maneggiare con cura e appropriatezza il flusso dei big data. La potenza di calcolo oggi consentita apre a utilizzazioni dei dati inimmaginabili fino a ieri, conferendo a chi li gestisce il nuovo vero potere. Sapere amministrare queste informazioni orienta le trasformazioni nella cultura aziendale che è chiamata a ridisegnare la crescita, a gestire i successi, a guidare i percorsi di carriera sempre più legati a progetti. Molti lavori a fronte di una accelerazione dei processi di automazione spariranno e con il digitale si affermeranno culture imprenditoriali diverse: ci saranno società illuminate dove i chief digital officier creeranno proattivamente profili, strategie e culture digitali; nasceranno poi corporate start-up con la mission di incubare iniziative e sviluppare nuovi business ad hoc. “Le risorse umane nel passaggio al digitale incontrano diversi fattori di criticità, certo gestibili, ma da non sottovalutare. Con le informazioni disponibili le imprese iniziano a fare profiling, introducendo un modo diverso di disegnare i percorsi di carriere. Non è ancora una valutazione della persona ma una fotografia puntuale e spesso molto focalizzata. Nelle risorse umane si scontrano e si confrontano almeno due generazioni: chi ha dovuto imparare la tecnologia e i nativi digitali che sono cresciuti con i nuovi mezzi. Di questi ultimi è difficile disegnare un percorso. Certamente la carriera non procede più in maniera verticale ma in modo sinusoidale e la partecipazione a progetti discrimina e determina gli avanzamenti”. L’azienda, da parte sua, è costretta dal digitale a cambiare in continuazione approccio alla tecnologia mettendo in atto procedure di disruption. A chi si interroga sulle sorti dell’occupazione Giuseppe Falco, dal suo osservatorio dice: “Perdurano preoccupazioni per la sopravvivenza di alcune realtà e per le possibili perdite di posti di lavoro. Certamente il digitale in questa prima fase ha contratto l’occupazione e ha cancellato funzioni, ma si commetterebbe un errore se ci si fermasse all’aspetto distruttivo; se solo si sposta l’attenzione, infatti, si possono già cogliere le dinamiche di creazione e sviluppo di una nuova e diversa occupazione.”

Giovanni Santambrogio

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